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mercoledì, 26 marzo 2008

Mestizo/as

¡questa sì che è campagna elettorale!

 


postato da: patriziac alle ore 21:32 | link | commenti
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sabato, 22 marzo 2008

Audioblog di Fahrenheit 4

Cari ascoltatori e ascoltatrici di fahrenheit,

 

un marchio giapponese di acque minerali ha lanciato una bottiglia di acqua da tavola che costa cento dollari. Ragione di tanto prezzo, le decorazioni in oro e fini cristalli, il vetro smerigliato e il tappo in oro o in argento a forma di corona. Servita nei più lussuosi hotel. La griffe christian lacroix ha invece firmato due linee di bottiglie per la più celebre acqua europea proveniente dai monti dell’alta savoia, come se fossero linee di moda: una prêt-à-porter e l’altra haute couture, o per meglio dire ‘eau couture’, in edizione limitata a soli 99 esemplari lavorati a mano.

Nasce a beverly hills, invece l’acqua Bling H2O – qui vale la pena esplicitarlo il nome, perchè richiama il Bling-bling un’espressione che deriva dallo slang della cultura hip-hop afroamericana e che sta a indicare ogni forma di stravaganza e ostentazione modellata su un lusso cafone fatto di gioielleria eccessiva, macchine esorbitanti, gadget pacchiani. Fedele al nome l’aspetto di queste bottiglie tempestate di cristalli che brillano di glamour un po’ kitsch fatto apposta per le star di hollywood.

Dunque l’acqua, elemento che ci compone in percentuale maggiore in quanto esseri viventi, l’acqua come bene di prima necessità, sostanza pura, fresca, pulente, che ci fa pensare alla vita stessa sul pianeta e oltre – l’acqua si fa lusso. Lusso non semplicemente nel senso banale del costo di queste bottiglie, ma in un senso più culturale, profondo, comunicativo e sensoriale allo stesso tempo, in un incrocio tra cura del corpo e gastronomia, tra discorso della salute e discorso della lussuria. E’ un lusso quotidiano ormai acquistare l’acqua in bottiglia, ma l’acqua è un lusso di per sé in situazioni limite, come in guerra, quando è uno dei primi beni tagliati e razionati nelle città sotto assedio. E l’acqua sta diventando degna concorrente del petrolio nello scatenare appetiti e conflitti, in quanto è un elemento che scarseggia in modo sempre più paradossale in un mondo in cui pure trovano cittadinanza le acque dalle bottiglie trasparenti o blu notte... 

La cultura delle acque è antica quanto quella della conoscenza dei poteri benefici delle terme e delle sorgenti, è un sapere in cui si miscela come in un esplosivo cocktail naturale la durezza della roccia e la fluidità del liquido. La terra e l’acqua – elementi in opposizione reciproca nel “quadrato” che le contiene, insieme all’aria e al fuoco – si contaminano nella composizione organica e in quella dell’immaginario. Ne consegue che il liquido, di cui comprendiamo la rarità ma anche la ineluttabile volatilità, va contenuto in una forma che ne sia all’altezza: la bottiglia, magari somigliante a un lussuoso flacone di profumo o di fluido cosmetico, magari scolpito come un intarsio nel ghiacchio, e dall’etichetta curata come quella di un vino nobile. Ma anche il bicchiere, di necessità: calice dalla curvatura studiata e accordata, cristallo temperato come uno strumento. Non si tratta “solo” di sete. 

Possiamo chiamarla moda? Sì, se per moda intendiamo qualcosa di più che la semplice imitazione e il banale “bisogno indotto”: certo, entrambi sono fattori presenti nel fenomeno delle mode sociali e culturali. Ma la moda è stile di vita, e più ancora credenza, mito, senso comune: nulla di deprecabile, anzi, la cultura e il lusso delle acque ci insegnano forse a vivere meglio, come la gastronomia e l’enologia, come la cura della pelle e la ginnastica per il corpo, come i massaggi e le cure termali. Riti sociali, scanditi da usi e da regole a seconda dei tempi e dei luoghi.

Ma l’acqua è ancora un lusso in sé in molte parti del mondo che non occorre andare troppo lontano per trovare. Chi ne controlla il ciclo, in quei luoghi, non ha il volto amichevole di un sommellier, di uno stilista del vetro  o di un packager, ma quello di un capomafia, di un signore della guerra, o comunque di un padrone. Waterworld è su questa terra.

Buona pasqua a tutti da

p.c.

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postato da: patriziac alle ore 19:30 | link | commenti
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venerdì, 21 marzo 2008

Audioblog di Fahrenheit 3

Cari ascoltatori e ascoltatrici di fahrenheit,

 

qual è il contrario del lusso? Una volta ho risposto a chi me lo chiedeva ‘la miseria’. Poi qualcuno mi ha fatto notare che la miseria e la povertà sono piuttosto il contrario della ricchezza, la quale non è sinonimo di lusso – sebbene, devo dire, la ricchezza aiuti a volte a prendersi qualche lusso. Certo è che nella massima rappresentazione possibile della miseria – per esempio un paesaggio sovraccarico di rifiuti, come tanti ne vediamo nelle immagini di questi mesi, è presente il massimo del lusso: quei rifiuti sono infatti parte integrante e sostanziale dell’opulenza. se il lusso è spreco, i rifiuti ne sono le scorie necessarie, sia tecnicamente – packaging delle merci non riciclato, merci scadute, vetri e vuoti non ‘a perdere’ – e l’espressione verbale in questo caso è quanto mai icastica. Sia strutturalmente, perché quelle scorie del lusso rendono possibile via via sempre più lussi, se pensiamo alla immondizia come impresa criminale nel modo in cui ce la descrive roberto saviano, e a quei templi del lusso più kitsch che sono le case e le ville dei boss che controllano o controllavano molte di queste imprese, lussi estremi e pacchiani che vengono alla luce solo in quelle occasioni in cui la giustizia li requisisce e ne dischiude i magnificenti orrori.  

Può forse il contrario del lusso essere allora allora l’avarizia? Non precisamente, perché questa è piuttosto il contrario della prodigalità. Certo, nel lusso non si può essere avari, si può essere magari sobri, mantenere understatement, nascondersi e mimetizzarsi, ma avari proprio no. E poi, dato che il lusso implica sempre un fare, un agire, un usare i segni – sia pure solo per mascherarli – il suo contrario deve implicare necessariamente una stasi nell’azione, un ‘non-fare’. Lo dimostrava a suo modo già nel settecento bernard de mandeville con la celebre favola delle api: la favola narra di un alveare ricco e affollato di api che vivono nel lusso e negli agi. Alcuni insetti rivolgono però a un certo punto a Giove la richiesta di far cessare questo stato di cose e di favorire invece una moralizzazione, quasi delle “leggi suntuarie” che moderino il lusso. Giove accoglie la richiesta, ma una volta instaurate queste diciamo leggi suntuarie apicole, esse creano una situazione di decadenza complessiva dell’alveare. La morale paradossale di questa favola è che il lusso sia necessario per il bene di una nazione, che sia tutt’altro che spreco, mollezza o lussuria, ma abbia profondamente a che fare con la natura stessa dell’umanità, con il suo desiderio di crescere ed espandere i suoi orizzonti.

Si parla molto negli ultimi tempi di crescita e di decrescita. Alcuni dicono che la strada da percorrere sia quella dell’espansione libera della ricchezza, della produzione, dei consumi, che portano necessariamente con sé la mobilità sociale e il benessere – lussi compresi. Altri invece perorano la causa di una diminuzione generale degli sprechi, dell’utilizzo parco e consapevole delle risorse disponibili – alcune delle quali peraltro tendono naturalmente di per sé ad esaurirsi – e dunque al limite parlano di una decrescita sostanziale, che potrebbe essere finanche felice. questa cosiddetta decrescita avrebbe però secondo me modo di realizzarsi solo sulla base di quella sovrabbondanza, cioè quel lusso, di informazioni, di segni, di linguaggi, che oggi sono planetariamente disponibili; e solo a condizione di sfruttarne al massimo la potenziale condivisibilità, nel senso stesso in cui si parla nel web di condivisione di dati, di software o di codici. Che il contrario del lusso stia allora oggi nel lusso stesso, solo inteso in un altro dei suoi sensi possibili?

Con questo interrogativo, vi do la buona sera e l’arrisentirci a domani,

p.c.

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postato da: patriziac alle ore 18:13 | link | commenti
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giovedì, 20 marzo 2008

Audioblog di Fahrenheit 2

Cari ascoltatori e ascoltatrici di fahrenheit

c’è un rapporto stretto e storicamente accertato tra il lusso e il potere. Nella sua accezione più tradizionale, il potere sceglie come emblemi oggetti che raccontano la loro origine esclusiva, la loro rarità e preziosità. L’oro, le pietre preziose, le corone, gli ermellini: la sacralità del potere ha sempre avuto bisogno di segni visibili, ostentati con ossessiva precisione, per rappresentarsi e finanche a volte per legittimarsi. Perfino nella morte: tra le prime leggi suntuarie – quelle leggi attraverso cui nella storia si è sempre cercato di mitigare il lusso e che arrivano fino alle tasse sulle imbarcazioni imposte due estati fa dalla regione Sardegna, bene anche alle origini di queste pratiche legislatrici, vi è il divieto, contenuto nelle Dodici Tavole romane (451 a. C. circa), in base al quale venivano interdette in occasione dei funerali le celebrazioni solenni, le lamentazioni, le libagioni eccessive e la sepoltura con oggetti di oro. Il che non riuscì certo a impedire che si smettesse di manifestare il lutto attraverso pratiche rituali e sociali di questo tipo, né a Roma in quel momento, né altrove in altri tempi, né in Sardegna oggi.

Certo, oggi il potere si affida a segni che evocano il lato ‘qualitativo’ del lusso piuttosto che quello quantitativo e vistoso: il rapporto con lo spazio innanzi tutto – pensiamo ad esempio a come le residenze più esclusive siano nascoste, sottratte allo sguardo delle masse che al limite possono solo immaginare o tentare di spiare; pensiamo ai grandi templi della moda progettati nelle metropoli dai più celebri e avveniristici architetti, a Dubai, a Shanghai, a Tokio. Poi il rapporto con il tempo: il lusso deve dare un’idea di eternità e durata assoluta degli oggetti e finanche delle persone che lo incarnano. Anche se proprio in questo si mostra il suo dissidio con lo spreco e l’eccesso, aspetti che pure concorrono a definire il lusso, ma che tendono a consumare i segni nel breve volgere di un attimo o una stagione. Qui torna in effetti l’idea stessa di potere temporale – alla lettera legato ciò che è proprio della vita terrena, materiale, che ha dunque un limite di tempo, a cui si contrappone quello spirituale.

Quest’ultimo, il potere spirituale, ha fatto largo uso del lusso per rappresentare se stesso: il cattolicesimo in particolare ha nella sua genealogia una componente decisiva legata al lusso, sia ‘materiale’ che ‘culturale’. Il che non è sempre stato un male – non avremmo avuto il Barocco o la Cappella Sistina forse se non avessimo avuto delle committenze ‘spirituali’ che si prendessero il lusso di celebrare lo spirito con l’arte. Stona un po’ però negli ultimi tempi il lusso ostentato consapevolmente e volutamente dall’attuale massima autorità del potere spirituale cattolico. Sua Santità Benedetto XVI non disdegna infatti il lusso nei suoi simboli più tradizionali e ai limiti del kitsch se guardati con occhi disincantati (ma il lusso comporta sempre un incantamento nel bene e nel male). Ecco la riesumazione del camauro, un copricapo di velluto rosso bordato di pelliccia d'ermellino bianco risalente al Rinascimento che in effetti aveva indossato anche il ‘papa buono’ giovanni xxiii; della mozzetta - una mantellina sempre rossa bordata di ermellino bianco; del ‘saturno’, un cappello rosso a tesa larga somigliante nella forma al pianeta omonimo; di camici, mitrie e piviali di gran pregio; oltre che del trono dello Spirito Santo su cui siede tanta magnificenza. E’ un lusso antico che incontra il look più ‘fashionista’ – brutto neologismo anglofilo che però rende l’idea - nei mocassini rossi forse di Prada – ma sulla maternità delle papali scarpe la griffe mantiene riserbo. E il silenzio, come si suol dire, è d’oro, nel pieno senso della parola e delle simbologie di lusso e di potere connesse a tale metallo.

Da parte mia però, è con frugalità che stasera vi saluto, a domani

p.c.


postato da: patriziac alle ore 16:48 | link | commenti
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martedì, 18 marzo 2008

Blog di Fahrenheit

riprendo a postare dopo tanto tempo, con i miei blog audio su fahrenheit  (radio3):

Cari ascoltatori e ascoltatrici di Fahrenheit,

i più saggi tra noi oggi giustamente sottolineano – dati ed esperienza vissuta alla mano – quanto difficile sia per tanta parte di italiani giungere alla fine del mese. Risulta pertanto forse un po’ balzano un argomento come quello che oggi voglio introdurre, il lusso e i suoi segni. Pronta a obiezioni di ogni sorta sul solo nominare un simile tema, prometto che ne parlerò con la dovuta leggerezza, magari anche con un pizzico di ironia. Ma con il dovuto rispetto.

Perché di tutto rispetto è in primo luogo l’etimologia di questa parola, almeno nelle lingue europee. La luxuria latina era l’esuberanza, l’eccesso, qualcosa che resta nell’aggettivo ‘lussureggiante’ che usiamo ad esempio a proposito di un giardino. Il greco λύω allude a ‘sciogliere’, ed è da quella radice che compare la ‘lussazione’, quella interruzione, quel mettersi di traverso di qualcosa come accade alle articolazioni quando si lussano, appunto. Le parole, si dice, sono pietre, certo, le parole assumono significato negli usi stratificati nel tempo e nella memoria. Accade allora che, pur collocandosi su due tracce semantiche distinte, il lusso ritrovi nella lussazione una parente prossima, quando, nell’uso corrente e attuale di tale termine, esso si definisca più come atteggiamento, immaginario, stile che interrompe il decorso consueto e seriale del vivere, invece che nell’accezione tradizionale di sfarzo, consumo vistoso, ostentazione di ricchezza. Eccesso, sovrabbondanza, flusso incontenibile; ma anche eccezione, distinzione, unicità, rarità. Il lusso è pieno di contrasti anche semplicemente nella catena di immagini che suggerisce e di universi che dischiude.

Parlano chiaro i dati duri dell’economia: il lusso ‘tira’: se i consumi normali sono in contrazione, quelli del lusso sono in espansione. Quel piccolo numero di persone che si spartisce la ricchezza sa come spendere i suoi soldi, tra yacht, gioielli, abiti d’alta moda. Eppure l’economia, parole come denaro e ricchezza non bastano a spiegare la gamma dei segni che il lusso porta con sé.

Leggo ad esempio che appena ieri ha compiuto 10 anni il brand di extralusso poco conosciuto – conosciuto a una piccola cerchia di persone, e conosciuto ovviamente grazie all’informazione che di esso si fa, sul web in primo luogo, di un marchio di telefoni cellulari molto conosciuto – il più conosciuto credo. Un telefono cellulare come questo può essere in platino, avere un rubino incastonato in ogni tasto, finiture in pelle sui lati, display in titanio, auricolare in oro, contenitore in materiali pregiati, e prezzi che possono giungere anche a trecentomila euro. Un telefono i cui componenti hardware e software sono assemblati a mano in inghilterra, con una tecnologia dunque garantita non dalla piatta uniformità della produzione in serie, ma da un artigianato sapiente, come quello che è impegnato nella fabbricazione di una Rolls-Royce, nella confezione di un paio di scarpe su misura o nel taglio di un diamante prezioso.

Un telefono che ha un nome nel quale è ricalcato l’amore per le cose belle, il collezionismo e le raffinatezze. Una particolarità curiosa suggella di questo telefono il suo essere oggetto prezioso e allo stesso tempo mezzo di comunicazione: tra i servizi in linea previsti ha quello di un concierge (non una triviale segreteria telefonica) attraverso cui si può prenotare una cena in ristoranti esclusivi, una serata alla prima dell’Opera, o un appuntamento alla spa con il personal trainer. Un concierge che parla cinque lingue selezionabili tra l’inglese, il tedesco, il francese, il cantonese e il mandarino. Lingua e denaro hanno davvero molto a che vedere tra loro. Quest’ultimo particolare mi fa pensare, a maggior ragione ascoltando le notizie di questi giorni dal Tibet: è la Cina – la sua lingua, la sua “differenza”, la sua alta finanza - il vero luogo, reale o immaginario, del lusso del primo decennio duemila?

Per oggi è tutto, un saluto da

pc

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postato da: patriziac alle ore 20:03 | link | commenti (2)
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mercoledì, 02 maggio 2007

La funzione referenziale della comunicazione

Chiamasi "funzione referenziale" della comunicazione quella in base alla quale il messaggio fa riferimento a qualcosa (il referente) semplicemente descrivendo uno stato di cose, senza dilungarsi troppo in valutazioni, emozioni, investimenti passionali. Insomma, il tipico esempio è "piove" quando cade acqua dal cielo. Ora: è vero o no che il Papa attuale non crede nell'evoluzionismo? E' vero o no che rappresentati ufficiali del vaticano sono andati al funerale di Francisco Franco e non a quello di Welby? Semplice asserzione, nessun "performativo". E dunque, perché tanti scandali? O stiamo davvero tornando a prima di Lutero?
postato da: patriziac alle ore 21:16 | link | commenti (5)
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lunedì, 23 aprile 2007

Ninotschka Lubitsch in Second Life?



Dunque, ho perso un po' di giorni per riuscire a far funzionare sul mio laptop il software di Second Life. Non ci sono riuscita, va sempre in crash perché ha una RAM troppo povera per sopportare il peso di un mondo così complicato. Nel frattempo però mi sono fatta un nome: Ninotschka Lubitsch. Appena tenti di entrare in questo posto, infatti, ti chiedono di farti un nome e un avatar. Per il nome ti danno un numero limitato di cognomi, per lo più anglofoni, ma anche di altro ceppo linguistico, basati su un average piuttosto stereotipato e/o mitico di cognomi possibili. Per esempio, tra i nomi italofoni c'è Dagostino (senza apostrofo, proprio come lei...:). A quanto ho capito, periodicamente questa lista di cognomi si rinnova. A me è piaciuto Lubitsch, per una questione di tocco...
Dopo aver scelto il cognome devi scegliere il nome. E naturalmente il mio pensiero è andato al personaggio di Lubitsch per eccellenza, la seriosa e sovietica commissaria del popolo che, mandata a Parigi per redarguire tre agenti buontemponi, finisce innamorata di un bel gagà e di un buffissimo cappellino. Ninotchka. Siccome però qualche altra signora ci aveva pensato prima di me, il nome Ninotchka su SL non me lo davano proprio, anche se ho insistito e riprovato, e neanche Greta, sul quale avevo ripiegato scambiando contenitore e contenuto, personaggio e interprete. Così, alla fine, ho deciso di ricorrere all'errore di trascrizione fonetica, e di interporre una "s" dando vita al nome Ninotschka, che mi è stato subito accettato. Bene, con questo nome-différance, tento di entrare in Second Life dentro l'avatar più imbecille che si possa scegliere: una specie di gatta-coniglia metropolitana. Poi pare che, una volta dentro, uno se lo possa cambiare. Ma non c'è niente da fare. Devo provare da un altro pc.
Mi sono letta un libro, di Mario Gerosa, che presenterò tra un mesetto in libreria - e spero per allora di aver fatto fare dei progressi alla mia Ninotschka, almeno comprarsi un cappello decente...
Nel frattempo, qualcuno già pensa a rifarsi una First Life.
postato da: patriziac alle ore 19:17 | link | commenti
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lunedì, 02 aprile 2007

Anniversari


Ormai parliamo e pensiamo in termini di “prima” e “dopo” la demolizione di Punta Perotti intendendo, anche simbolicamente, il ripristino di una situazione di legalità nella nostra città. Fu un atto dovuto, un atto voluto dai cittadini che pensavano e pensano ancora che Bari possa crescere senza che “mostri” la minaccino, né sul piano ambientale né su quello della civile convivenza. Fu il risultato di battaglie civili fatte controcorrente in anni in cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo sull’esito positivo.

La mia generazione è stata testimone di trasformazioni profonde nel modo di concepire il “cemento”. Ero bambina quando il centro murattiano veniva sventrato dei suoi cortili interni e dei suoi palazzi antichi per lasciare posto a ciò che c’è oggi. Ricordo bene quando cominciarono a sorgere come funghi i nuovi quartieri delle periferie, spazzando via il verde degli ulivi e qualche antica costruzione industriale che lambiva il centro cittadino, come la vecchia fabbrica di Borrelli col suo fumaiolo. Gli adulti di allora vivevano tutto questo come “ricostruzione”: era il passaggio da una cultura contadina a una cultura industriale, anche se terziaria nel caso di Bari. Il cemento era il futuro, il verde e il mare erano ancora troppo prossimi al sapore acre del sudore per esercitare fascino. Mio padre, che si trasferì a Bari da un paese vicino venendo a lavorare come operaio proprio da Borrelli, ancora non comprende come oggi si possa fare turismo nelle masserie o nei trulli: dalla campagna la sua generazione era fuggita per costruire una nuova identità sociale nelle città del boom economico ed edilizio. Fu solo dopo che si cominciò ad avere la percezione di quanto si fosse esagerato e di come, soprattutto al Sud, “le mani sulla città” – come nell’omonimo film di Rosi - fossero a volte mani sporche.

Oggi, con la consapevolezza di una società complessa e, si spera, matura, una nuova politica urbana può coniugare sviluppo e benessere ambientale. Governo della città e cittadini si sono impegnati con quell’atto di un anno fa a far sì che mai più si possa pensare allo sviluppo urbano in sfregio al rispetto della dignità ambientale e della legalità. Bari può e deve andare oltre Punta Perotti.

(pubblicato su repubblica Bari, 1/4/2007)


postato da: patriziac alle ore 10:17 | link | commenti
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mercoledì, 21 marzo 2007

kiss so love me, ovvero quando si dice stereotipi...

Il vero barese…..

 

1. Beve solo ed esclusivamente Peroni da tre quarti (e lotta contro la diffusione della Dreghèr da 33 o della Raffo tarantina).

2. Ha mangiato almeno una volta i frutti di mare sul porto (contrastando la concorrenza sleale della costa di San Giorgio): in particolare, si esibisce nel risucchio di ricci (rabbrividendo all'idea che in Giappone li credono velenosi) o taratuffi.

Corollario 1: All'estero, ha gridato almeno in un ristorante la mitica frase Giovane, spacchi due cozze.

Corollario 2: Almeno una volta nella vita è finito in ospedale per il tifo, e gli stadi non c'entrano nulla.

3. Riconosce come sport ufficiale il Gioco della birra, anche se gli tocca fare il sott.

4. Si riconosce dai gadgets della auto: santino di Padre Pio, sciarpa del Bari e stemma della società accanto alla targa.

5. Da '90 al '95 ha fatto almeno un abbonamento al San Nicola.

6. Ha le maglie di Igor Protti, David Platt e Joao Paulo.

7. Se di sesso femminile, ha partecipato almeno una volta alla nottata delle zitelle nella Basilica di San Nicola.

8. Consuma abitualmente (o lo ha fatto perlomeno una volta) sgagliozze e bopizze, altrimenti le vende.

9. Conosce a memorie tutte le canzoni di Toti & Tata e le trame delle loro sit com.

Corollario: Sa tutte le battute di Solfrizzi in Selvaggi.

10. Ha visto con commossa partecipazione tutte le puntate de Le Battagliere.

11. Ha come profeta Gianni Ciardo, e scambia i suoi detti (sopra alla nonna o abbasso alla commara?) per il Bignami.

12. Ha fatto almeno un bagno a Pane e Pomodoro, contraendo in un sol colpo ebola, malaria e febbre gialla, ma soprattutto affrontando l'impresa con la stessa fermezza con cui un induista fa le abduzioni nel Gange.

13. Si esprime in un linguaggio comprensibile solo dai suoi simili: usa cadenzialmente interiezioni tipo Moh e ch cous, Mataux, e sottili metafore come Vai a rubare a San Nicola o Ne hai fritti di polpi.

14. Compra la Gazzetta del Mezzogiorno, ma la usa solo per foderare la cuccia del cane o la gabbia del canarino.

15. A distanza di decenni è ancora convinto che Business serva a tappezzare la macchina quando ci si infratta.

16. Usa passare la domenica mattina dilettandosi nella sacra arte dell'arricciamento del polpo.

17. Consuma periodicamente panini alla chitemmurt o chitestramurt dai panemmerda, o i panzerotti al cofano.

18. Riconosce come piatto nazionale le orecchiette alle cime di rapa, che consuma almeno una volta a settimana.

19. Ha assistito almeno una volta ad uno scippo a Bari vecchia.

20. E' stato sfiorato più di una volta dal pensiero di comprare un appartamento a Punta Perotti.

21. Il grado di pericolosità di un barese si racchiude in un monito: IAPR L'ECCHJ...

22. Ogni padre barese aspetta il momento giusto per dire al figlio: ti devo imbarare e ti devo perdere...

23. Se ti chiami Nicola, esistono notevoli probabilità che tu abbia origini baresi.

Corollario: Se quando ti presenti col solito Piacere, Nicola ti senti rispondere Questa è la mano e questa è la ciola, allora ti trovi di fronte ad un barese.

24. Ogni cuoca barese conosce una sola certezza: La mort d'u pulp iè la chpodd.

25. Quando segna a calcetto, costringe la sua squadra ad esultare col trenino.

26. Conosce la Questura in quanto palazzo del piazzale dei Battiti live.

Corollario: per il barese un po' più elevato, la Questura è il palazzo accanto al parcheggio del Piccinni.

27. E' FERMAMENTE convinto che Se Parigi avesse lu mèr sarebbe come una piccola Bèr. E lui a Parigi non ci è mai stato.

28. Se un inglese gli scrive Kiss so love me, si guarda intorno per capire chi ha fottuto le uova dell'inglese.

29. Può vantarsi di aver indossato negli anni '90 la mitica tuta acetata.

30. Parcheggia in seconda fila ANCHE con la bici.

31. Se negli anni '90 era un bambino, è cresciuto con la convinzione che esistessero davvero bambini come Cosè Cosè.

32. Il vero barese CANOSH A SADDA'MM!

33. Nonostante il Bari in B, il Petruzzelli ancora in rovina, gli autoradio che spariscono, i parcheggi che sprofondano...ha ancora il coraggio di cantare: Cuss addo stam iè u megghj paise.

Per il filmato qui sotto credit A.Piva


postato da: patriziac alle ore 19:50 | link | commenti (5)
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lunedì, 12 marzo 2007

Il salmone single


Tornano i post di Nel linguaggio: con l'aiuto di questa immagine cerchiamo di addentrarci nei meandri dell'attuale discussione su dico e pacs, D&G e maschioni. La domanda è: perché il salmone scandinàvo (attenzione all'accento!) è più tosto di quello di Savelletri?
E ancora: ma questo giovanotto qua sotto saprà mai che farci con la signora?




o non preferiranno, gli imbranatissimi depilati, una situazione di questo tipo, più discreta, mostrata solo nel dettaglio, primo tra tutti il nome?:
postato da: patriziac alle ore 20:50 | link | commenti (8)
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